L’economia e le sue metafore

Flavio Felice

“Avvenire”, 5 giugno 2021

«I pozzi dai quali si attinge di più fanno zampillare l’acqua più facilmente e copiosamente; lasciati a riposo imputridiscono. Anche le ricchezze ferme sono inutili, se invece circolano e passano da uno all’altro sono di utilità comune e fruttifere». È questa una delle metafore più famose dell’epoca medioevale con la quale si è voluto esprimere il senso dell’utilità civile della ricchezza se distribuita e fatta circolare nei vari canali della società e dove assistiamo ad un interessante incontro con il modello dell’economia sociale di mercato. L’autore della metafora è Basilio di Cesarea e la sua formulazione risale intorno al 370 d.C., anche Clemente Alessandrino aveva fatto ricorso ad un’analoga metafora e dopo di loro sarà Ambrogio di Milano ad associare il tema della ricchezza al tema dell’acqua.

A questo tema è dedicato il recente volume di Giacomo Todeschini: Come l’acqua e il sangue. Le origini medioevali del pensiero economico. Eminente storico del Medioevo, Todeschini si concentra sulla codificazione progressiva della lingua utilizzata dagli economisti negli ultimi due secoli e rintraccia proprio nelle metafore organicistiche della retorica medioevale una straordinaria miniera. Sin dalle prime pagine, l’Autore porta come esempi alcune affermazioni che risalgono a importanti esponenti dell’economia classica; da Karl Marx che si serve dell’immagine teologica dell’ostia consacrata per rappresentare la trasformazione di un oggetto qualsiasi in bene di scambio, ad Adam Smith che ne La ricchezza delle nazioni, argomentando sulla ricchezza coloniale inglese, ricorre alla circolazione sanguigna nel corpo umano; da Leibniz, il quale fa ricorso all’immagine del sacco pieno di denaro per parlare della presenza fisica di Cristo nell’ostia consacrata, a Davanzati, Bodin e Hobbes, i quali stabiliscono un parallelismo tra la ricchezza nazionale e lo stato di salute di un “Corpo Sacro”.

Tutto il volume di Todeschini è un affascinante viaggio nella storia per estrarre «dall’oscurità di un sedimentato parlare e scrivere di economia la vicenda e la storia […] del graduale formarsi dell’intelligenza economica che ci circonda e ci caratterizza in quanto europei». Questo viaggio ci consente di rileggere il percorso compiuto dalla scienza economica, non tanto in termini moralistici, come il «paradiso perduto di un’economia addomesticata dall’etica», né come la forma confusa di una disciplina prescientifica, perché non ancora formalizzata nel linguaggio matematico. Todeschini ci offre l’opportunità di scoprire l’atmosfera culturale che preparò la trasmissione di un sistema di associazioni concettuali che, in seguito ad una lenta codificazione, ha assunto lo statuto epistemologico che oggi appare indispensabile per qualificare come scientifica una determinata proposizione.

Tornando alla metafora dell’acqua e della sua circolazione, il contrasto che salta subito agli occhi è quello tra la «distribuzione» e la «cupidigia», quindi tra l’idea che la ricchezza possa essere paragonata ad un flusso e quella che invece la identifica con l’immobilità: l’«inclusione» contro l’«estrazione», volendo usare la terminologia di un certo neoistituzionalismo contemporaneo; il «capitalismo democratico» contro il «rentier capitalism». L’immagine stessa dell’acqua che sgorga e rende fertile un terreno, afferma l’Autore, «suggerisce la possibilità di un uso del denaro che connette direttamente il suo valore produttivo al suo fluire ininterrotto e regolare, mirato e organizzato: un’acqua/denaro/ricchezza il cui significato rinvia all’immagine del flusso sotto controllo»; il controllo è compito dell’azione di una politica conforme all’ordine della concorrenza.

È questa un’idea di sviluppo connessa ad una nozione di giustizia sociale che non ha nulla di tribale, di paternalistico e di totalitario; un’idea che ritroveremo nei padri dell’economia sociale di mercato i quali, a loro volta, si appellarono ai principi della Dottrina sociale della Chiesa. È la giustizia sociale che nasce dall’einaudiano buon governo, quale forma di governance del bene comune piantato sui pilastri della solidarietà, della sussidiarietà e della sturziana plurarchia: tutte i soggetti che compongono la «civitas» contribuiscono a porre in essere le condizioni che consentono la perenne e imperfetta ricerca del bene di tutti e di ciascuno.

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