Diotallevi: «Il bene comune lo crea l’impresa. Ma senza esenzione dalla responsabilità»

“Avvenire”, 20 agosto 2016

COSTANTINO COROS

Luca Diotallevi è ordinario di Sociologia presso l’Università Roma Tre e docente ai corsi di Dottrina Sociale della Chiesa promossi dalla Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense.

Qual è il compito della Dottrina sociale in un contesto economico dominato dall’innovazione e dalla tecnologia?

Non è una novità che l’economia generi innovazione e sviluppo tecnologico. Grazie a Dio, nella storia della Chiesa prevalgono le voci che nella vicenda economica hanno saputo discernere una manifestazione eminente della qualità creaturale della persona umana e della grandezza della sua dignità. Grazie a Dio la nostra generazione ha immediatamente alle spalle il magistero del Vaticano II e quello successivo, da Paolo VI alla Centesimus annus. Oggi, almeno sulla carta, per i cattolici e soprattutto per i cattolici italiani dovrebbe essere più facile assumere e mantenere uno sguardo positivo sull’economia e in particolare sul mercato. Il primo compito, dunque, è semplicemente quello di far conoscere il magistero della Chiesa e la testimonianza dei credenti nelle vicende economiche. Pensiamo a quanto hanno insegnato circa il rapporto tra cristianesimo ed economia don Luigi Sturzo o Alcide De Gasperi. Ciò è ancora più importante in un periodo che come questo è di crisi: crisi da mancanza di mercato e non da eccesso di mercato. È comprensibile che oggi tornino vecchie perplessità e si presti orecchio a irenismi o semplificazioni. È umanamente comprensibile che ci si lasci trascinare dal successo garantito dal ripetere ‘giudizi alla moda’. A questa tentazione va risposto aumentando la dose della ‘medicina’, e la ‘medicina’ è sempre il Vangelo, il magistero della Chiesa (nella sua integralità e nel rispetto della gerarchia delle sue fonti) e la testimonianza cristiana.

Che relazione c’è tra il concetto di destinazione generale dei beni e l’economia contemporanea?

Sul punto la Centesimus annus è chiarissima: il mercato è la forma ‘meno peggiore’ di distribuzione dei beni che conosciamo. Il bene comune in economia lo crea l’impresa. In questo quadro, a ciascuno vanno per quanto possibile garantite pari opportunità di giocare i propri talenti anche in economia, ma senza esenzioni dalla responsabilità, senza assistenzialismi.

In che modo l’insegnamento della Dottrina sociale della chiesa può contribuire a porre l’uomo al centro delle relazioni di lavoro, come soggetto attivo, promuovendone la creatività e la capacità d’innovazione?

L’insegnamento sociale della Chiesa, come ogni insegnamento, può contribuirvi solo affermandolo. E lo afferma. E affermandolo, chiarisce anche che, molto attentamente va distinto, il rispetto per la dignità umana dall’abuso dello Stato o della famiglia sul mercato anche se perpetrati in nome della dignità della persona umana.

Qual è o quale dovrebbe essere il ruolo dei cattolici nella società di oggi nel contribuire a formulare un nuovo modello economico?

Perché un ‘nuovo’? Evocare il ‘nuovo’ in termini generici è uno stratagemma per tornare al peggior passato. Se il Concilio, le encicliche sociali e la testimonianza vissuta del popolo di Dio in economia valgono qualcosa, il punto è far funzionare, difendere, istituzionalizzare, fare continua e vigilante manutenzione dell’economia di mercato. Ovvero di una delle forme d’economia che conosciamo. Ciò significa opporsi al ritorno di pretese della politica sull’economia, alle derive oligarchiche e monopolistiche, e soprattutto al fascino (‘populista’, diremmo oggi) che queste forme di economia ingabbiata esercitano sui cattolici attraverso il ricorso a slogan irenistici o buonisti, demonizzando il conflitto sociale e la competizione che invece sono dimensioni essenziali dell’espressione storica della libertà personale ed anche della condivisione. Regole certe legano le persone più di quanto non lo faccia il paternalismo e la sua arroganza che genera solo privilegi.

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