Economisti ed Europa. Un rapporto virtuoso

Una versione ridotta è  stata pubblicata da “Avvenire”, il 22 maggio 2019

Flavio Felice

L’essenza del libro di Antonio Magliulo: “Gli economisti e la costruzione dell’Europa”, è tutta racchiusa nelle righe finali della postfazione: «domandarsi come la cultura economica, scaturita dalla sistematica riflessione degli economisti, abbia influito sulla nascita e lo sviluppo dell’Europa». Quella narrata da Magliulo non è una storia dell’integrazione europea, quanto, piuttosto, una storia delle idee che hanno così profondamente influenzato la vita culturale del nostro continente, da condizionare la qualità economica dell’azione umana, la quale, proiettata, finisce per impressionare le forme sociali della medesima immagine e della stessa qualità.
Dunque, non è una mera storia delle teorie, ma la storia degli uomini che agiscono con il deliberato scopo di vivere nel migliore dei modi possibili. È una storiografia trans-economica e assume uno dei tratti fondamentali dell’eredità economico-culturale di uno dei padri dell’Economia Sociale di Mercato: Wilhelm Röpke, più volte richiamato dall’Autore nel corso del libro: per quanto i problemi economico-quantitativi siano importanti e fondamentali, esiste sempre “qualcosa che va oltre l’offerta e la domanda” e questo qualcosa è dato dalla dignità della persona umana.
Per fare un esempio di come il metodo storiografico dichiarato da Magliulo sia gravido di conseguenze sul piano dell’implementazione istituzionale, basti pensare a come il radicamento della regola benedettina abbia prodotto un ethos europeo del tutto nuovo che si è materializzato nelle opere di migliaia di donne e di uomini. In Effetti, la regola di S. Benedetto insegnava ai monaci di razionalizzare il proprio tempo, come se il lavoro fosse preghiera, e di procurarsi non solo il necessario per vivere, ma anche un sovrappiù da condividere con generosa ospitalità.
Nel primo Medioevo le grandi abbazie benedettine rappresentarono delle vere e proprie industrie produttive disseminate nel cuore dell’Europa. Ciò significa che la regola benedettina ha rappresentato per generazioni di uomini la rinnovata sintesi cristiana di contemplazione ed azione, di cultura e lavoro. Essa è rimasta impressa nella memoria del popolo, perché ha sintetizzato in modo efficacissimo l’esperienza fondamentale e propria del crescere dell’umanità attraverso il lavoro. È probabile che sia stata proprio l’interiorizzazione di tale sintesi culturale sul senso umano del lavoro, sull’inalienabilità dei diritti di iniziativa politica, economica e sulla contingenza e provvisorietà del dato terreno che ha prodotto, in modo evidentemente irriflesso ed attraverso un lento e faticoso processo evolutivo, rispettivamente, gli archetipi del lavoratore – che non è il servo –, dell’imprenditore – che non è il predone – e del santo – che non è l’eroe –: tre matrici essenziali al sorgere della cultura umanistica europea ed occidentale ed oggi indispensabili per una sua corretta interpretazione.
Tra le culture economiche che hanno ispirato il processo d’integrazione europea, Magliulo riconosce il ruolo svolto dalla cosiddetta Economia Sociale di Mercato, che in Italia ha avuto con il liberalismo delle regole di Luigi Einaudi e con il popolarismo di Luigi Sturzo punti di intersezione. L’economia sociale di mercato scommette sulla capacità dei processi di mercato di perseguire finalità di interesse sociale, non contrapponendo i concetti di “sociale” e di “mercato” e infine non identifica “sociale” con “statale”. Il “sociale” riguarda in primo luogo l’ambito della società civile, articolata secondo il principio di sussidiarietà.
Un tale quadro teorico rinvia ad un ideale economico in cui assume rilevanza l’elemento qualitativo del “buon governo”. Quello del “buon governo” è un argomento tipicamente einaudiano, ma anche hayekiano, e Magliulo dedica diverse pagine al confronto teorico Hayek-Keynes, dove assumono rilevanza le nozioni di risparmio, investimento e consumo. Qui si consuma lo strappo culturale tra il paradigma di Hayek e di Einaudi da un lato e quello di Keynes dall’altro, che si proietterà sulla teoria economica, promuovendo, rispettivamente, un sistema basato sull’ideale del “buon governo” (ovvero dell’Economia Sociale di Mercato), che attende quotidianamente di essere implementato democraticamente, in un processo che non avrà mai fine, ovvero un sistema tecnocratico, illusionistico e tutto basato sul consumo tout-court come leva dello sviluppo.

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