Maurizio Serio
“Avvenire”, 11 luglio 2025
Nel cuore di Siena, affrescato sulle pareti del Palazzo Pubblico, Ambrogio Lorenzetti dipinse oltre sette secoli fa un’immagine potente e ancora attuale del “Buon Governo”. Oggi, in un’epoca segnata da incertezze e ripensamenti politici, il volume “Pensare il Buongoverno” di Flavio Felice, ordinario di Storia del pensiero politico presso l’Università del Molise e presidente del Centro studi Tocqueville-Acton, ci invita a considerare i riflessi contemporanei di questa grande intuizione artistica, declinandola in quella che a buon diritto possiamo definire una non meno innovativa “arte della politica”.
Il filo conduttore del volume risiede nell’esplorazione di una nozione di buon governo che si distacca dalla visione di un’unica autorità centrale onnipotente. Attingendo alla tradizione del movimento municipale pre-umanista italiano, il libro presenta il buon governo non come l’azione monolitica dello Stato, ma come l’esito di un processo concorrente di un numero indefinito di “buoni governi”, autonomi gli uni dagli altri. Questa visione si concretizza nella metafora del “Leviatano incatenato”, dove il potere politico è limitato e tenuto sotto controllo dalla società civile.
Tale configurazione sociale, caratterizzata da una molteplicità di centri autonomi che si confrontano, collaborano e competono, definisce la plurarchia sociale, una nozione che secondo Felice costruisce peraltro l’architrave del contributo teorico di Luigi Sturzo, cui l’autore ha dedicato da anni numerosi e apprezzati lavori. La plurarchia descrive una società formata da differenti e differenziate sfere di produzione del bene comune (politica, economica, culturale, religiosa, ecc.) dotate di pari dignità, che si limitano e incentivano a vicenda. Un concetto strettamente connesso a quello più celebre di poliarchia, intesa come pluralismo dei centri di potere all’interno dell’ordine politico.
A fondamento di tale processo vi è il principio di sussidiarietà, dalle radici antiche come la scolastica francescana e poi riaffermato dalla dottrina sociale della Chiesa. Come sappiamo, esso postula la centralità e la primarietà della persona e delle comunità inferiori rispetto allo Stato. A questo proposito, Sturzo distingueva tra “corpi intermedi” ed “enti concorrenti”. A differenza dei primi, sovente inquadrati entro un’interpretazione neo-corporativa e organicista ancora diffusa nel mondo cattolico e da qui transitata anche verso altri lidi, gli “enti concorrenti” (individui, famiglie, poteri locali, associazioni, imprese e chiese) sono soggetti e organizzazioni sociali autonomi che hanno una propria legittimità indipendente dallo Stato.
La loro azione è vista come una “prima linea di difesa” sia contro la centralizzazione statalista sia contro l’isolamento di un individualismo atomizzante e a-relazionale. Il loro ruolo attivo promuove infatti la responsabilità personale e un crescente grado di impegno civile delle persone (definito “status publicus”), contrastando l’ampliamento dell’apparato statale (“status rei publicae”). Operano dunque sul proprio terreno, ma posseggono una chiara efficacia politica, concorrendo tra loro e con lo Stato, al perseguimento del bene comune attraverso il “metodo di libertà”, ovvero tramite la discussione critica su questioni di interesse comune. In questa prospettiva, essi esercitano una funzione di controllo e limite sul potere statale e di critica rispetto ai poteri spesso opachi e anonimi che tentano di condizionare l’agenda pubblica e dunque gli stessi progetti esistenziali dei cittadini.
Ci si può opporre a queste derive dei sistemi politici, ed è questa la proposta teorica contenuta nelle riflessioni di Felice, alimentando il paradigma della fraternità all’interno delle strutture e degli atteggiamenti della cultura democratica corrente, rendendola resiliente di fronte alle minacce dell’autocrazia e del populismo, che sacralizzano l’elemento politico ed erodono i fondamenti pacifici delle nostre società avanzate.
Flavio Felice, Pensare il Buongoverno. La democrazia e i limiti del potere, Libreria Editrice Vaticana, pp. 168.
