Capire il populismo americano con Christopher Lasch

Flavio Felice

“Avvenire”, 3 luglio 2025

«Ma se devo essere etichettato, preferirei essere chiamato populista. […] È, prima di tutto, un modo utile per criticare le pretese del progresso e anche un modo per mettere in rilievo alcuni valori che mi stanno a cuore: il senso del limite, il rispetto per le realizzazioni e le aspirazioni della gente comune, una valutazione realistica delle possibilità della vita». Sono le parole chiare e controverse di Christopher Lasch, storico e critico sociale del Midwest statunitense, al quale Carlo Marsonet ha dedicato una preziosissima monografia. Un piccolo gioiello che ci consente di mettere in luce alcune matrici del pensiero politico che nutrono l’attuale dibattito politico statunitense.

Il populismo è definito da Lasch in maniera piuttosto eccentrica rispetto all’idea che coltiviamo in Europa, figlia dell’esperienza populistica europea e sudamericana, dove l’interpretazione organicistica della società e il rapporto tra élite e popolo si risolvono in un legame mistico tra ciò che il popolo pensa e spera e il capo che lo teorizza. L’interpretazione offerta da Lasch e analizzata da Marsonet ci offre invece una prospettiva differente, sulla scorta della tradizione del populismo statunitense, in cui il termine di riferimento non è il popolo organicisticamente inteso, quanto il people, un soggetto politico e una categoria che si declina al plurale, in quanto il people di Lasch sono le persone e le comunità nelle quali le persone operano.

Per quanto possa apparire eccentrica una simile interpretazione, distante da ciò che noi in Europa intendiamo per populismo e, a tratti, urticante rispetto a una certa sensibilità liberale e democratica, il libro di Marsonet ha il merito presentare al lettore italiano uno degli autori il cui pensiero ci consente di comprendere la direzione che sta prendendo il dibattito pubblico statunitense in materia di democrazia, di mercato e di pluralismo culturale.

Lasch intercetta alcune delle principali vertenze relative all’interpretazione della storia contemporanea, a cominciare da quella sul liberalismo e sul capitalismo. Si pensi soltanto a come tali temi abbiano interessato il dibattito nelle scienze sociali all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, un dibattito alimentato dalle opere di Karl Polanyi, Joseph Schumpeter e Friedrich von Hayek, solo per citare alcuni importanti scienziati sociali, i quali si sono interrogati sul futuro post totalitario. Lasch si inserisce in tale dibattito, criticando profondamente quella corrente del pensiero conservatore americano, chiamata neoconservatorismo, che, dalla metà degli anni Settanta giunge fino agli anni Novanta, teorizzando l’ideale del capitalismo democratico come massima espressione dell’esperimento americano, lasciatoci in eredità dai Padri fondatori; un ideale che comporta l’implementazione delle istituzioni politiche, economiche e culturali, facendo ricorso alla democrazia, al capitalismo e al pluralismo.

A questa interpretazione dell’American way of life, Lasch contrappone quella del populismo così come definito nel brano con il quale abbiamo introdotto il presente articolo, una tradizione del pensiero politico americano che Lasch fa discendere da uno dei grandi Padri fondatori, Thomas Jefferson, in opposizione a un altro grande Padre: Alexander Hamilton. Il marchio di fabbrica del suo populismo è la critica alla nozione di progresso, il senso del limite, il rispetto per il sentimento della gente comune e il profondo realismo. In tal senso, condividiamo la posizione di Marsonet, secondo il quale, il populismo e il conservatorismo di Lasch sono tutt’altro che un’esaltazione passatista di un ipotetico mondo che fu.

In questo marchio di fabbrica possiamo cogliere il senso della critica di Lasch al liberalismo, che lo storico statunitense indentifica con il progressismo, inteso come sbocco necessario del liberalismo classico. Una critica oggi sposata da buona parte dell’agenda culturale proposta dagli attuali teorici del post-liberalismo che sta alla base di un certo consenso ottenuto da Donald Trump. Un’agenda, quella post-liberale, che intende ridefinire il patto originario che diede vita all’esperimento americano non più su basi liberali, ma su premesse che negano la grande intuizione che fu del padre conciliare John Curtnay Murray, di Luigi Sturzo e del politologo Michael Novak: la locuzione “We hold these truths” rappresenta il punto di incontro tra liberalismo e cristianesimo.

Carlo Marsonet, Christopher Lasch, IBLLibri, Torino, 2025, pp. 185, € 14

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