Flavio Felice
“Avvenire”, 27 febbraio 2024
Quello di Oreste Bazzichi e di Fabio Reali è un libro preziosissimo, è il tentativo riuscito di andare anche alle fondamenta teologiche del principio di sussidiarietà per rivelarne la ricchezza e le implicazioni in campo politico ed economico.
Siamo abituati a sentir parlare di sussidiarietà come un mero principio d’ordine sociale ed è indubbio che di ciò si tratta: un principio che disegna una particolare articolazione della vita pubblica che va dal basso verso l’alto. Tuttavia, andando in profondità, si scorgono anche ragioni teologiche che pongono al centro la capacità creativa della persona, perché solo la persona pensa, solo persona agisce, solo la persona soffre, gioisce e spera e riteniamo che la persona sia, in primis, una categoria teologica. Queste considerazioni di ordine ontologico, epistemologico e morale hanno forti ripercussioni sul piano politico ed economico e delineano un rapporto tra persone che produce un particolare ordine civile di tipo spontaneo, fatto di corpi intermedi o enti concorrenti che concorrono al perseguimento del bene comune, ossia, del bene di tutti e di ciascuno.
La linea teorica seguita dagli autori intercetta la Scuola di pensiero francescana e introduce un’idea di sussidiarietà anche detta “circolare”, che recupera la nozione di governance, lì dove una certa prospettiva corporativista e statocentrica vede soltanto la dimensione del government. In breve, nell’ambito del civile, la decisione pubblica non è materia esclusiva della politica, bensì è materia concorrente che investe la dimensione politica, economica e culturale: l’autorità potestativa che in epoca moderna è stata monopolizzata dallo Stato, l’impresa, a tutti i livelli e di tutti i tipi, e la società civile, nella quale operano anche gli imprenditori.
È questa la tipologia di sussidiarietà che i nostri autori definiscono “tripolare”, dove tutti i soggetti operano sullo stesso piano e concorrono, quota parte, al perseguimento del bene comune, mediante il “metodo di libertà” contro il “metodo di coercizione”, per citare una felice espressione di Luigi Sturzo.
La scopo di questo libro, scrivono gli autori «è di illustrare il pensiero della Scuola francescana come risposta, da un lato, ai bisogni socio-economici e politici in generale e, dall’altro, più specificamente, di rispondere agli interrogativi suscitati dall’assegnazione del ruolo da dare alla società civile, intesa come l’insieme dei rapporti tra individui in tutte le sue implicanze». Per raggiungere tale obiettivo, Bazzichi e Reali presentano alcuni aspetti estremamente originali della Scuola francescana, a partire dalla riflessione teologica di Bonaventura da Bagnoregio, John Peckham, Pietro di Giovanni Olivi, Giovanni Duns Scoto, Alessandro Bonini di Alessandria, Astesano di Asti, Gerardo di Odone, Guglielmo d’Ockham, Bernardino da Siena, Luca Pacioli e di tantissimi altri pensatori francescani.
A questi autori andrebbe riconosciuto il merito di aver pensato un ordine sociale fondato sulla fraternità e sulla condivisione e la loro risposta alle sfide del tempo ha avuto una profonda risonanza nel contesto civile che andava emergendo, promuovendo una originale interazione tra politica, religione e commercio, rappresentando, in questa maniera, un modo del tutto inedito di pensare la civitas: un sistema plurarchico.
Con il presente libro, gli autori hanno voluto mettere in relazione la nozione di “Buongoverno” con una forma di governance di tipo sussidiario: l’esito di un processo concorrente di un numero indefinito di buoni governi, autonomi gli uni dagli altri e dove nessuno, almeno in linea di principio, può pretendere di essere preordinato rispetto all’altro. Si tratta di una forma di repubblicanesimo che attinge alla tradizione del movimento municipale pre-umanista italiano, che tanto interessò Luigi Einaudi e recentemente ripreso e ridefinito teoricamente dal neoistituzionalismo di Daron Acemoglu e James A. Robinson.
