Lo stato imprenditore tra mito e realtà. Un libro di McCloskey e Mingardi

Carlo Marsonet

In The Myth of the Entrepreneurial State (American Institute for Economic Research, 2020) Deirdre McCloskey e Alberto Mingardi si prefiggono di smontare l’ideologia economico-politica fatta propria dall’economista Marianna Mazzuccato. Non si tratta, tuttavia, di una semplice critica alle tesi da essa sostenute nei suoi lavori – in particolare The Entrepreneurial State (2013) e The Value of Everything (2018) – ma di una ben più profonda analisi di quel mai sopito impianto ingegneristico-costruttivistico che l’ “uomo di sistema” – direbbe Adam Smith – fa proprio, compresa l’economista italo-britannica.

Mazzuccato, asseriscono gli autori, in fondo non fa che riproporre quanto sostenuto da J.M. Keynes: lo stato è nella posizione più favorevole per orientare assertivamente l’economia. La visione paternalistica e illiberale portata avanti dal mainstream economico-politico vuole che i mercati, ovvero gli individui in carne e ossa, non siano in grado di produrre risultati efficienti. Urge, in tal senso, qualcuno che, sulla base dell’accentramento delle informazioni e dell’elaborazione scientifica e razionale di un piano ben definito, possa guidare l’innovazione e lo sviluppo economico, correggendo i “fallimenti del mercato”. Insomma, lo stato e i suoi funzionari, in primis gli economisti, non sarebbero individui ignoranti e fallibili: al contrario, sarebbero dotati di una superiore conoscenza, ai limiti dell’onniscienza, che adeguatamente usata può portare a un futuro radioso.

Sennonché, come mostrano McCloskey e Mingardi, l’innovazione e il capitalismo non sono che il frutto, perlopiù casuale, della creatività delle persone comuni. Il “Grande Arricchimento”, come l’economista e storica americana definisce il grandioso cambiamento epocale che ha portato alla moderna e prospera economia – si veda a tal proposito la sua trilogia dedicata alla “Bourgeois Era” –, ha avuto luogo grazie allo sviluppo di nuove idee e di una nuova retorica che hanno reso possibile, in primis nel Nord Europa tra il 1517 e il 1789, l’innovazione. Insomma, lo sviluppo è stato creato non per mezzo del dispositivo statale, bensì nonostante esso. Se il primo si caratterizza per il monopolio della violenza, e così fa affidamento sulla regolazione e sulla pianificazione, sull’intenzionalità e sulla direzionalità, come se la ricchezza potesse essere creata attraverso schemi tecnico-burocratici, la cooperazione libera e volontaria è in grado di innovare attraverso la creatività e i fallimenti esperiti dagli individui, mediante le conseguenze inintenzionali delle libere interazioni fra persone che perseguono fini diversi e divergenti.

Mazzuccato riporta alcuni esempi di presunti successi dello stato imprenditore, tra cui quello dell’agenzia governativa americana DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) che avrebbe inventato internet. Il fatto è che, affermano gli autori, il governo americano non aveva previsto alcun piano per creare un tale strumento: un conto è direzionare le risorse in vista di un determinato obiettivo (e raggiungerlo), un altro conto sono quelle conseguenze inintenzionali, poste in essere dalla libera iniziativa, che creano risultati inattesi. L’approccio top-down, tipico del dispositivo statale, non funziona proprio perché, anziché promuovere la dinamicità e la fertilità di pensiero degli individui, esso li assopisce, concependoli più alla stregua di un gregge da guidare – non a caso Mazzuccato fa riferimento allo stato come entità che deve guidare, direzionare, orientare l’economia: non dista poi molto da quel “potere immenso e tutelare” che Tocqueville magistralmente descrisse – che non come individui liberi, adulti e maturi che tentato di perseguire la propria felicità secondo le proprie inclinazioni e provano a fornire agli altri i servizi richiesti.

Il libero mercato accorda agli individui ordinari quella dignità – data dalla libertà di scelta – che lo stato (paternalista) imprenditore nega loro. Alla base del pregiudizio anti-mercatista, in fondo, vi è quella “presunzione fatale” che investe qualcuno di un presunto miglior status gnoseologico – il termine “status” non è casuale: Herbert Spencer, cui Mingardi ha dedicato importanti studi, contrapponeva proprio un sistema basato su contratti e dunque sulla libera iniziativa, a uno imperniato su status in cui all’ordine spontaneo si sostituisce un ordinamento costruito e autoritario. L’opposizione, come gli autori sostengono con forza, è tra un sistema liberale dotato di un governo davvero limitato e rispettoso degli individui che, nella propria ordinarietà, perseguono i propri fini, e un sistema statalista in cui si fa strada quel pensiero magico, quell’illusione secondo cui un pugno di esperti e di burocrati sa meglio di tutti gli altri verso quali lidi incamminarsi giacché, come scrisse Adam Smith «tende a presumere d’essere molto saggio, e spesso è così innamorato della presunta bellezza del proprio piano ideale di governo che non può tollerare la minima deviazione da qualunque suo particolare. […]. Sembra immaginare di poter disporre i diversi membri di una grande comunità così facilmente come la mano dispone i diversi pezzi degli scacchi sulla scacchiera. Non considera che i pezzi sulla scacchiera non hanno altro principio di movimento che quello che la mano imprime loro, mentre nella grande scacchiera della comunità umana, ogni singolo pezzo ha un proprio principio di movimento, del tutto diverso da quello che il legislatore può decidere di imprimergli». L’imposizione di una visione che, con Michael Oakeshott, definiremmo razionalistica e fideistica della politica – la quale poi sfocia nell’illusione magica che esistano pasti gratis, che la prosperità possa essere progettata a tavolino, che la perfezione sia di questo mondo nonché facilmente pianificabile da “supermenti” – rappresenta l’antitesi delle precondizioni che hanno reso possibile il “Grande Arricchimento”.

Carlo Marsonet, PhD candidate in “Politics: History, Theory, Science”, Luiss – Guido Carli, Roma

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