Gianmarco Botti
Co-Holder della Michael Novak Chair presso il Centro Studi e Ricerche Tocqueville-Acton
È suggestivo che la lunga e ricchissima parabola intellettuale di Michael Novak (1933-2017) – filosofo, teologo, politologo, grande promotore dell’incontro tra i principi del sistema liberal-capitalistico e quelli della dottrina sociale della Chiesa – possa essere idealmente tutta racchiusa all’interno di una stessa cornice: la Catholic University of America di Washington DC, tra le più antiche istituzioni accademiche cattoliche degli Stati Uniti, fondata nel 1887 per volere dell’episcopato e con l’approvazione di papa Leone XIII. È lì che Novak ha compiuto alcuni dei suoi primi studi teologici tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta; è lì che è tornato come docente presso la Busch School of Business nel 2016, concludendovi la sua carriera. È allora per preservare e diffondere soprattutto tra i più giovani la preziosa eredità di pensiero che egli ha costruito anche tra quelle mura che la stessa School of Business, per iniziativa del Ciocca Center for Principled Entrepreneurship, promuove da alcuni anni la Novak Undergraduate Fellowship: un programma che, attraverso la forma aperta e interdisciplinare degli incontri seminariali, si propone di dar vita ad una comunità di studiosi che possa seguire le orme del vecchio Michael sui tanti fronti del sapere che egli ha praticato, con un’attenzione speciale per l’etica imprenditoriale.
Tra i temi che i giovani studiosi hanno affrontato nei loro appuntamenti mensili, coordinati dai professori Frédéric Sautet e Rebecca Teti, particolarmente interessante è stato quello di marzo: Poverty – Having a mind for the poor era il titolo dell’incontro dedicato a quella che per Novak è di fatto la singola questione più importante di cui il sistema del capitalismo democratico è chiamato ad occuparsi. Egli infatti è stato – come lo descriveva il compianto Dario Antiseri – innanzitutto «un moralista interamente e sinceramente preoccupato del riscatto dei poveri», e questo si riflette nella visione di un capitalismo dal basso, che Novak chiamava people’s capitalism e Guy Sorman, con una formula diventata più celebre, barefoot capitalism. È dal basso che, secondo quella che il pensatore statunitense definisce proprio la sua tesi centrale, nasce la ricchezza e si diffonde secondo un processo completamente bottom-up e per questo fondamentalmente alternativo a quel principio dello “sgocciolamento” dall’alto, che costituiva uno degli assiomi centrali della politica economica reaganiana, di cui pure Novak è stato un sostenitore; ma allo stesso tempo è in questa luce che si comprende la critica tenace che egli ha portato avanti nei confronti dello Stato assistenziale, convinto come è sempre stato che l’emancipazione dei poveri non debba essere una conseguenza della generosità del potere pubblico, ma possa realizzarsi solo attraverso la liberazione dell’intelligenza creativa dei poveri stessi. Rifiutando le due opposte e a suo giudizio ugualmente erronee soluzioni verticali del problema e abbracciando una visione tutta orizzontale della sussidiarietà, Novak pensa infatti che l’aiuto a chi ha bisogno debba arrivare dalle forme di comunità più prossime: le famiglie, il vicinato, le chiese, insieme alle tante associazioni che costituiscono la società civile; e questo sempre in vista di una responsabilizzazione dei poveri stessi, che li metta in condizione di risparmiare, investire, produrre e diventare operatori economici attivi, non più destinatari passivi di politiche sociali, ma soggetti di uno sviluppo diffuso. Né lo Stato né il mercato possono dunque, secondo Novak, garantire ciò che solo la collaborazione tra le persone può generare, e il compito più alto a cui è chiamata la società civile è promuovere tale cooperazione.
Come Novak era solito ripetere, ragionando sulla filosofia istituzionale del proprio Paese, davanti ad un problema il cittadino francese del XVIII secolo chiedeva aiuto allo Stato, quello inglese all’aristocrazia, quello americano dava vita a un comitato. È quello che già un acuto osservatore europeo come Alexis de Tocqueville aveva avuto modo di comprendere nel suo celebre viaggio quando, guardando quel giovane popolo che si autogovernava, aveva individuato nel principio d’associazione la prima legge della democrazia. Eppure, com’è ovvio, lo stesso Novak non ha mai negato – pur criticandone alcune degenerazioni – il ruolo essenziale dei sistemi di welfare nel dare sostegno a chi ha bisogno. Non lo negavano neppure i Padri Fondatori, a cui egli tanto frequentemente si richiama, nel momento in cui dovettero immaginare un sistema nuovo – un «nuovo ordine», come recita il sigillo degli Stati Uniti – e dunque anche un rapporto del tutto nuovo tra Stato e società civile. È pertanto una scelta particolarmente interessante, quella dei Novak Fellows, di discutere, accanto alle pagine che The Spirit of Democratic Capitalism dedica a questa tematica, quelle di un classico contemporaneo del pensiero politico statunitense: Vindicating the Founders di Thomas G. West.
Ricostruendo il dibattito che agli albori della vicenda americana riguardò i problemi di razza, genere e classe, West dedica un capitolo alla questione del welfare che, in modo forse sorprendente, non rappresentò un tema controverso per i Fondatori: essi erano infatti concordi nel rifiutare l’idea che l’aiuto ai poveri potesse arrivare esclusivamente dalla private charity ed erano a favore di un sistema di welfare pubblico, garantito dai governi locali che, per esempio, sostenevano con incentivi quei proprietari terrieri che davano ricovero ai più poveri. Il New Deal degli anni Trenta del Novecento non è stato dunque, come di solito si tende a pensare, il primo esempio di welfare statale in America, perché già alla fine del Settecento i Fondatori ne avevano previsto uno. I problemi sono iniziati semmai – e qui l’analisi di West si salda con quella di Novak – quando nella seconda metà del secolo scorso, e soprattutto a partire dagli anni Sessanta della Great Society di Lyndon Johnson, il sistema da locale qual era si è sempre più nazionalizzato e quindi centralizzato, diventando sempre più impersonale ed espandendo a dismisura i propri apparati burocratici. Se, come pensavano gli autori della Costituzione e Novak con loro, i sistemi di welfare funzionano meglio quando sono più vicini ai cittadini e dunque ne conoscono meglio i bisogni, è evidente che un simile spostamento dal piano locale a quello federale non è stato senza conseguenze. I problemi della California non sono quelli dell’Arkansas e il sindaco conosce le esigenze della sua gente molto meglio del Department of Labor.
Nel suo ultimo saggio dal titolo provocatorio Social Justice Isn’t What You Think It Is del 2015 (trad. it. Rubbettino), Novak ha sviluppato questo ragionamento anche a partire dai principi della dottrina sociale della Chiesa, richiamando la definizione di sussidiarietà che si legge nell’enciclopedia cattolica in lingua inglese Sacramentum Mundi. È lì che vengono riportate le considerazioni del presidente Lincoln sul sistema federale e le istituzioni intermedie della società civile, perfettamente coerenti con quelle dei Padri Fondatori; è lì che si afferma che i poteri superiori dello Stato non dovrebbero intervenire nell’ambito di competenza di realtà inferiori, a meno che – e pure in questo caso dovrebbero farlo con cautela – i problemi non siano troppo complessi perché queste possano gestirli da sole. I poteri superiori infatti sono troppo lontani dall’esperienza immediata e spesso ciò che sembra loro razionale si rivela alla prova dei fatti inefficiente, se non addirittura dannoso per il bene comune; al contrario, la vicinanza dei poteri inferiori alla realtà concreta li rende assai più capaci di formulare valutazioni competenti e di fare scelte efficaci per risolvere problemi dei quali hanno esperienza diretta.
Portando il discorso ancora una volta sul tema centrale dell’aiuto ai poveri, Novak dice che la burocratizzazione dell’assistenza sociale trasforma di fatto i beneficiari di tali servizi in clienti, riducendo lo spazio d’azione dell’empatia umana a cui si sostituisce l’autorità impersonale dello Stato. Dal canto loro, in questa dinamica, i contribuenti vengono indotti naturalmente a non curarsi dei poveri, confidando nel fatto che sia il governo ad occuparsene.
La soluzione sta allora per Novak nell’invertire questi processi, che devono diventare processi di devoluzione. Giustizia sociale, in definitiva, significa infatti anche devolvere responsabilità significative dal governo centrale alle amministrazioni locali, ma soprattutto dagli apparati burocratici ai cittadini, considerati sia come individui che nel loro unirsi in una ricca varietà di associazioni. Si tratta, in sintesi, di una devoluzione di potere dallo Stato alla società civile, vale a dire a centri di responsabilità più vicini ai bisogni reali delle persone.
