Gli auguri. Da ragazzo a docente, ascoltando Guccini

Flavio Felice

“Avvenire”, 14 giugno 2020

«Giugno che sei maturità dell’anno, di te ringrazio Dio: in un tuo giorno, sotto il sole caldo, ci sono nato io». Così cantava Francesco Guccini in “Canzone dei dodici mesi”, canzone compresa in uno degli album più ispirati e rappresentativi della sua ampia produzione cantautorale: “Radici” del 1972; quel giorno era il 14 giugno del 1940. Auguri Francesco, buon compleanno.

È una grande gioia poter fare pubblicamente gli auguri a Francesco Guccini per i suoi ottant’anni.

Il mio rapporto con la musica e con la letteratura incrocia le note e le parole che hanno contrassegnato la vita artistica di Guccini; non che siano mancati altri incontri o che abbia deliberatamente disdegnato la compagnia di altri artisti. Di fatto, però, la musica e la trama letteraria di Guccini sono entrate a far parte della mia vita quotidiana quando ero veramente giovane.

Frequentavo le scuole medie, quando mi imbattei in una canzone cantata dal Maestrone – credo fosse “Bologna”. Non esistendo ancora Google, non potetti fare alcuna ricerca e mi affidai semplicemente al racconto di qualche amico che ne sapeva più o meno quanto me. Cominciai a raccogliere informazioni, il più delle volte leggendarie, sulla vita e l’opera di Francesco: l’interprete di una vita che non mi apparteneva e non mi sarebbe mai appartenuta, sia per ragioni generazionali sia per ragioni geografiche sia per motivazioni politiche, avendo appena dodici-tredici anni.

Per capirne di più, decisi di comprare il suo album più recente e, durante la festa del santo patrono del paesello dove vivevano i miei nonni, mi feci dare da nonno Vincenzo dieci mila lire per acquistare, da una bancarella stracolma di immonda musica agro-pastorale, l’audiocassetta dell’album “Guccini”, non avendo ancora un impianto stereo.

L’impatto di quel disco sulla mia vita di appena adolescente fu travolgente, dalla prima all’ultima canzone, dalla onirica “Autogrill” alla nightarola “Gli amici”; tutte intense e protese ad una narrazione fitta, quasi didascalica, di un mondo talvolta fantastico, come nel caso di “Gulliver”, altre volte realistico, per quanto paradossale, come nel caso del mondo rovesciato di “Argentina”, oppure inafferrabile, come “Inutile”, con tutto il suo carico di malinconia per le cose andate e la tenerezza per gli attimi di vita vissuta o quasi-vissuti con la persona amata o quasi-amata, fino alla domanda delle domande di Shomèr ma Mi-llailah?: “Sentinella, a che punto è la notte?”.

Ho potuto avvicinarmi all’opera del Guccio con l’innocenza di un quasi bambino, attratto dalle melodie che oscillavano tra il folk, il beat, sfumature di prog e la ballata, dai testi ricchi di riferimenti letterari, storici, filosofici, ma non per questo inaccessibili a chi, vuoi per età, vuoi per altre ragioni, non fosse in possesso degli strumenti per coglierne le fonti. Le canzoni di Francesco dimostrano come si possa essere nel contempo aulici e popolari, perché quelle canzoni rispettano chi le ascolta, elevandone i sentimenti, emancipandone le aspettative, senza mortificare nessuno con l’offerta di un prodotto confezionato per compiacere tutti, sempre e comunque, ma neppure un prodotto pensato per pochi eletti.

Con il tempo e con le paghette mi sono assicurato l’intera discografia del Maestrone, amando ogni album e non riuscendo ancor oggi a dire quale sia stato il migliore. C’è stato l’innamoramento giovanile, dettato soprattutto da brani come “Dio è morto” e “Primavera di Praga”, ma c’è stata anche la passione dei miei anni universitari, contraddistinti soprattutto da brani più intimi, tra il crepuscolare e il malinconico, come quelli compresi nell’album “Stanze di vita quotidiana” e “L’isola non trovata”. Ogni momento della mia vita, in fondo, è stato segnato da un brano o da un album di Francesco, ora rabbioso come “L’avvelenata” o “La locomotiva”, ora sognante come “Signora Bovary”, ora sospeso come “Quello che non…”, ora nostalgico come “Radici”, ora fortemente politico e tristemente attuale come “Libera nos domine”, ora drammatico come “Auschwitz”, ora disperato come “Lager”.

Volendo essere sincero, in questa fase della mia vita, ad esempio, sono attratto particolarmente dalla canzone “Lager” che, per alcuni, è quasi il secondo tempo della più nota “Auschwitz”, mentre per me ne è la premessa. Se “Auschwitz” manifesta, in tutta la sua drammaticità, come l’uomo abbia potuto costruire l’inferno sulla terra, fatto di baracche, di ciminiere, di ceneri, di corpi violentati, avvolti nel vento che, se da un lato disperde, dall’altro trasporta questo inferno umano ovunque, sino a dentro le nostre case, “Lager” ci dice che quell’inferno potrebbe rinascere oggi, ovunque e con il concorso di chiunque, persino dei meglio intenzionati.

Per certi versi “Lager” è la canzone più disperata del Guccio ed anche quella che ci mostra con maggiore realismo l’inaffidabilità del genere umano di fronte alla brama di potere e alla ricerca del successo a tutti i costi e ad ogni prezzo. Per questa ragione, un lager è qualcosa che è già stato, ma che potrebbe ancora essere; può nascondersi dietro le solide certezze di una fede in un Dio distante, ma anche dietro un’utopia che, dopo aver espulso dalla storia un Dio che si è fatto prossimo all’uomo, promette di salvarlo dalla malvagità e dalle ingiustizie, illudendosi di abolire il male sulla terra: la “gran purga d’occidente”. Una sorta di corso necessario che pretende che gli esseri umani spingano il carro della storia nella direzione di chi presume di conoscerne la destinazione, in nome della quale giustiziare chiunque si opponga: “noi ammazziamo solo per motivi buoni… quando sono buoni? Sta a noi giudicare!”

La drammaticità di “Auschwitz” e la disperazione di “Lager” trovano il riscatto, tutt’altro che necessario, ma – semmai – possibile, nella spinta folle di un qualsiasi Don Chisciotte, perché non è necessario essere un principe per lottare per la giustizia. Per questo motivo, la tensione giovanile, tutta generazionale, del Guccini di “Dio è morto” che vede nell’onda del movimento studentesco una ragione di speranza di fronte ai mali di una società corrotta e imbestialita dal denaro a basso prezzo e dalle illusioni delle ideologie, si salda con quello maturo di “Don Chisciotte”, di “Cirano” e di “Addio”. In fondo, con lo stesso Francesco che oggi guarda la vita con gli occhi di una persona anziana, distaccata, ma non indifferente, che continua a cantare la notte, perché la notte continua a interpellarlo rispetto al mistero: “Sentinella, a che punto è la notte?”. È lo stesso Francesco che continua a scrutare nella perenne notte dei suoi dubbi, alla ricerca del porto sicuro dell’“Ultima Thule”, lì dove le nostre ansie si placano e le nostre miserie si rivelano per quelle che sono: uno specchio deformato del nostro mal posto e viziato desiderio di vivere.

Dunque, “Io e il Guccio” è una storia lunga e per me molto bella, fatta di ascolto, di empatia, di letture, di riflessioni, di solenni bevute e di grandi risate, rigorosamente con gli amici, nella convinzione, forse esagerata, che il giorno non è che un attimo, mentre la notte è per sempre.

Cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finché non finirà…

Auguri Francesco, buon compleanno e in bocca al lupo per le prossime sfide.

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