Economia sociale di mercato e “modello renano”: per evitare facili equivoci

Flavio Felice

“Avvenire”, 24 luglio 2021

I recenti articoli del ministro Renato Brunetta su “Il Foglio” (5 luglio 2020) e di Carlo Borzaga e Gianluca Salvatori su “Avvenire” (14 luglio 2020), dedicati all’economia sociale di mercato, hanno riproposto il dibattito sull’economia sociale di mercato. Si tratta di uno dei modelli più discussi del secondo dopoguerra, le cui radici tuttavia sono ben profonde nella storia. Esso rinvia alla scolastica francescana, alla scuola di Salamanca, al periodo classico del pensiero economico e al tentativo di elaborare un nuovo paradigma liberale che contribuisse a ricostruire le basi morali, istituzionali e materiali del vecchio continente, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

Il merito dei suddetti articoli è notevole, tuttavia, per evitare che alla ciclica riproposizione del dibattito segua l’altrettanto ciclica confusione tra modello di economia sociale di mercato e il cosiddetto “modello renano”, mi permetto di proporre alcune precisazioni. Negli ultimi anni, insieme al prof. Francesco Forte, per l’editore Rubbettino, abbiamo tentato di chiarire gli aspetti più controversi del modello economico in questione, proponendone un’interpretazione fedele all’opera di Walter Eucken, Wilhelm Röpke e Alfred Müller-Armack e, in Italia, a quella di Luigi Einaudi e di Luigi Sturzo.

Secondo la tradizione dell’economia sociale di mercato, il principio di concorrenza è assunto come principio ermeneutico, lo strumento mediante il quale raggiungere obiettivi di socialità. Non si tratta di temperare la concorrenza, di mitigarla con interventi perentori che orientino l’economia nazionale ed internazionale nella direzione voluta dal “grande timoniere” (gubernaculum). Al contrario, uno “stato forte” è quello che vigila affinché nessuno possa violare le regole della concorrenza e che interviene in via sussidiaria con “interventi conformi al mercato”, tentando “l’adeguamento” alle nuove circostanze, per tentare di “assestare” le istituzioni vittime di crisi congiunturali, senza pretendere di “conservare” aziende orami incapaci di vivere autonomamente sul mercato.

Come ha più volte precisato il prof. Forte, l’espressione economia sociale di mercato venne utilizzata sin dai tempi di Einaudi anche per indicare qualcosa di molto diverso sia dal modello röpkiano che da quello einaudiano, così come si differenzierebbe dal filone sturziano del cattolicesimo liberale: il cosiddetto “modello renano” (o neocorporativo) al quale più volte gli autori dei suddetti articoli hanno pure fatto riferimento; il sistema prevalente in Germania: economia di mercato corretta da elementi di concertazione, mitbestimmung, e di intervento centralista. Per comprendere le differenze tra i due modelli è sufficiente considerare le diverse conseguenze nel rapporto fra sindacato e politica pubblica. Nel sistema teorizzato da Röpke, da Eucken, da Erhard in Germania e da Einaudi e da Sturzo in Italia, il principio di sussidiarietà è valido a tutti i livelli della sfera pubblica, dunque, interessa anche le relazioni sindacali; ne consegue che la contrattazione viene interpretata in forma decentrata e non si concepisce la concertazione; ossia, il sindacato è visto come autonomo, in un contesto sociale plurarchico. Al contrario, nel modello neocorporativo (renano), il sindacato partecipa alle decisioni dell’impresa e a quelle del governo; tale modello, dunque, è caratterizzato da “centralismo”, da “unità sindacale” e da “concertazione”. Si tratta di una importante distinzione che ci aiuta a non cadere in facili equivoci.

I fautori dell’economia sociale di mercato, con le loro opere, hanno sottolineato che così come il mercato non ha saputo svolgere contemporaneamente la funzione di campo e di regole del gioco, così lo stato non avrebbe potuto essere arbitro e giocatore. Lo stato non può che svolgere le funzioni di arbitro. Il sistema politico avrebbe dovuto distinguersi dal sistema economico, sia in ambito nazionale sia in ambito internazionale. Ecco, dunque, l’esigenza di distinguere lo stato come arbitro, il mercato come campo di gioco e gli operatori come parti del gioco. A questo punto, una volta che ciascun attore recita la propria parte sul palcoscenico del “civile”, si intravedono anche i possibili antidoti contro il rischio che enormi concentrazioni economiche private possano degenerare in un sistema di collettivismo pubblico.

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