Una replica a Ernesto Galli della Loggia: Chiesa, borghesia e democrazia

Don Paolo Asolan

Caro Professore,

la ringrazio del suo intervento sul Corriere del 29 dicembre 2020 circa l’attuale stato delle relazioni tra Chiesa cattolica e mondo occidentale. Anticipo subito la mia intenzione, che non è quella di entrare in dibattito con chicchessia, certo con lei che è l’autore dell’articolo, ma solo di contribuire a cercare dove stia la questione, al di là dei sintomi con i quali essa si manifesta. Mi concentro su tre punti del suo testo.

1. Circa la sparizione della Cristianità come fatto pubblico

Mi chiedo se la sua critica si riferisca all’esperienza del cattolicesimo contemporaneo (immediatamente successivo a Rerum Novarum), oppure alle alleanze tra Santa Sede (o Conferenze episcopali) e singoli governi. Nel primo caso, credo si debba riconoscere la specificità di quei tempi: la presenza dei cattolici, soprattutto in Italia, era certamente debole e resa ancor più problematica dalla “questione romana”. La lunga gestazione e infine la promulgazione di Rerum novarum rappresentarono l’occasione per ripensare il ruolo del cattolicesimo in Italia e contribuirono a far nascere una generazione di laici cattolici indisponibili a cedere alla pretesa egemonia dello Stato sulla società civile. Questo fermento ebbe conseguenze sul piano politico – penso alla progressiva formazione di un partito. Rimarchevoli conseguenze si ebbero anche in ambito economico (nascita di imprese, cooperative, istituti di credito e sindacati): di fatto si inaugurò una nuova stagione, che promosse la modernizzazione di un Paese per certi versi ancora a forti tinte feudali. Il contributo dei cattolici, ispirato alla Rerum novarum e alle successive encicliche sociali, ha continuato, con alterne fortune, ad arricchire innanzitutto il ventaglio delle culture politiche in Italia e in Europa. Penso in particolare all’opposizione ai totalitarismi, al nazi-fascismo prima e al comunismo dopo. Sempre con particolare riferimento alla presenza dei cattolici in Italia, penso alla fase costituente repubblicana e alla guida del Paese, almeno fino a Tangentopoli. Se lei si riferisce al contributo di questo movimento, penso che si possa proprio convenire sul fatto che la presenza dei cattolici nelle istituzioni oggi sia insignificante, sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi. Tuttavia, non ne attribuirei la responsabilità al Magistero di papa Francesco. A mio giudizio, gran parte di responsabilità è imputabile piuttosto ai (fedeli) laici, i quali, nel corso degli ultimi cento anni, avrebbero dovuto accogliere e far maturare l’idea che spetta a loro assumere le decisioni circa i modi e le forme concrete da dare al loro impegno civile, nella prospettiva aperta dalla Dottrina sociale.

Se invece lei si riferisce alla capacità delle Chiese nazionali o della Santa Sede di costruire speciali alleanze di potere con i governi, il fatto che oggi la Chiesa sembri non avere più una tale capacità forse non è un male, almeno nella misura in cui le alleanze tra poteri nascano per difendere particolari diritti o privilegi. Immagino che il ruolo internazionale della Chiesa potrà rimanere importante e potrà ancora essere a servizio di scelte politiche buone e virtuose, se rafforza il primo modello di rapporto Chiesa/Stato di cui ho scritto: peraltro, sull’esempio dei grandi padri del cattolicesimo politico e sociale, non ultimi i Padri fondatori della prima Comunità europea.

2. Circa il compromesso cristiano-borghese

Su questo secondo punto, credo che lei tocchi un tasto cruciale ma altrettanto delicato e irriducibile a qualche riga di giornale. La Chiesa cessò di essere un bastione dell’antico regime proprio quando incontrò le istanze del mondo borghese. Faccio ancora riferimento alla Rerum novarum: in un certo senso, quella stagione rappresentò effettivamente l’incontro della tradizione cristiana con i valori della cultura borghese, dei lavoratori, dei cittadini, degli imprenditori; di tutti coloro, cioè, che non vivono di rendita o di privilegi ma del loro lavoro e dei frutti di quel lavoro. A mio giudizio non si trattò di un “compromesso”, quanto di una sorta di necessità interna al mutamento sociale che si era andato producendo. Non un adattamento di interesse, ma la creazione di un modello sociale nuovo ed originale, frutto della reazione tra valori evangelici e forma di vita borghese. Ritengo che ad essere in crisi oggi sia certamente la borghesia del mondo occidentale: lo si constata dalla sua incapacità a resistere ad un mondo mutato velocemente dopo il crollo del comunismo, alle ripetute crisi economiche, ad un nichilismo culturale pervasivo e all’avvento di una nuova fase della globalizzazione che ha rimescolato le carte e reso fragile quel modello che pure aveva funzionato. Il che non è un male, a condizione che che si elabori un nuovo equilibrio, e questo avverrà anche grazie all’ingresso di nuovi interlocutori – un tempo esclusi perché non ancora raggiunti dai benefici derivanti da quella globalizzazione delle opportunità.

In questo le indicazioni che il Papa dà nei suoi interventi di Dottrina sociale possono aprire alcune strade, certamente nuove, rispetto alle quali forse la paura della novità potrebbe essere una cattiva consigliera.

3. Circa la tutela dei diritti e la sovranità temporale del Pontefice

Su questo punto – e per quel che vale il mio parere – vorrei essere molto onesto con lei. È certamente vero che la fede non si “governa” mettendo Dio ai voti; ma è altrettanto vero che il governo della Chiesa in quanto istituzione non consiste esclusivamente in atti di carattere dottrinale o dogmatico. Ogni giorno gli organismi che esercitano il potere nella Chiesa prendono decisioni in materie come l’amministrazione dei beni, gli investimenti finanziari, le nomine e le revoche di incarichi. Insomma, esiste anche nella Chiesa una gestione ordinaria del potere. In tutti questi casi – ripeto, non in quelli interni alla fides quae – non si capisce perché il potere non possa essere disciplinato e articolato secondo alcuni principi delle democrazie liberali: separazione dei poteri, rule of law, concorsi pubblici e via dicendo.

Penso che ciò che definisce il potere sia il suo stesso limite. Laddove vi sia assenza di limite, finirebbe per venir meno ogni responsabilità. L’autorità da esercitare in questi campi, a mio giudizio, avrà sempre bisogno di essere divisa e distinta in vari organi, aventi alla base una qualche forma di legittimazione da parte di coloro sui quali tale autorità insiste (ciò che il Papa lascia intendere quando parla, ad esempio, di sinodalità). In una configurazione così articolata ciascun organo eserciterà le sue competenze, entro i propri limiti e assumendosi le proprie responsabilità.

Una tale sinfonia dell’autorità – cattolicamente presieduta dal vescovo di Roma – aiuterebbe l’equilibrio dei poteri, la trasparenza dei processi, l’esercizio dell’autorità come un servizio (Mc 10, 42-45).

La ringrazio per la sua attenzione.

Don Paolo Asolan

Preside del Pontificio Istituto Pastorale “Redemptor Hominis”

Pontificia Università Lateranense

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Luigi De Benedictis ha detto:

    che la sta portando verso l’attuazione del messaggio di Dio: il tempio è l’essere umano, non l’edificio.
    La sua analisi della situazione attuale è un’analisi dotta ma ahimè, superficiale:
    Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
    le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore.
    9 Quanto il cielo sovrasta la terra,
    tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
    i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. ( Is. 55,8-9)

    L’Assemblea dei fedeli, la Chiesa, non è mai stata così viva e forte.

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